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Raccolta fondi per le popolazioni colpite dal Terremoto in Abruzzo
Written by thomas
Salve a tutti i cinghiali, la notizia di queste ore è purtroppo nota: l'Abruzzo è stato colpito da un sisma terrificante e devastante oltre i 6,2 gradi della scala Richter. I danni a cose e persone sono ingenti. E serve l'aiuto di tutti: anche noi cinghiali siamo chiamati in qualche maniera a dare una mano. Propongo di organizzare una raccolta di denaro da destinare agli aiuti, cercando di dare risalto all'operazione per sensibilizzare altre persone a fare lo stesso. Nemmeno a farlo apposta ho appena saputo che uno dei cinghiali nei prossimi giorni presumibilmente sarà in Abruzzo con una delle associazioni di volontari addestrati del territorio toscano. Saremo in contatto anche con lui per capire come dirigere i nostri contributi. Teniamoci in contatto e diamoci da fare. Un saluto. Thomas   P.S. Su facebook,nella home page dei cinghiali bianchi: http://www.facebook.com/topic.php?uid=31690405899&topic=13612 
Circa una partita di rugby
Written by admin
Vorrei oggi raccontare di una partita di rugby, mentre son qui seduto che altrimenti non posso stare, dopo una notte bianca infinita a cercare la posizione nel letto per non sentire male. Mio padre dice: "Quelli del rugby si dànno solo botte, e poi dicono che è uno sport corretto".Ieri sera si é giocata una partita, di rugby, amichevole. La mattina s'era annunciata, grigia, pesa. Tempo da rugby. Bene, si preparano gli scarpini con i tacchetti di ferro, che non basteranno certo, ma è bello quando ticchettano sul cemento fuori dallo spogliatoio. I Fred Astaire della palla ovale. La piova, lasciatemi questo omaggio, scende leggera, per tutta la mattina. Alle quattro a Pisa non piove più, c'è aria tumefatta d'umidità. Siamo pochi, pochi pochi. Tocca giocare, voltaren e moment e speriamo che la gamba non si faccia sentire, almeno non troppo presto. Arriviamo a Viareggio, e la pioggia lei c'è, ci accoglie su un campo da calcio, adattato per l'occasione. I pescidiavoli son là, che si scaldano sotto l'acqua. Gioco estremo, dall'inizio alla fine. Cazzo, dico, questo è un giorno di merda per fare l'estremo. Quando il campo è pesante la palla va calciata, ed è difficile da prendere, da capire. Vedremo. Riscaldamento, non ci si capisce un cazzo di come son messe le linee. E questa? Sarà la ventidue, boh. Discorso del mister, discorso del capitano e si comincia. Loro subito calciano, il calcio è corto, lo prende il mediano, no, lo prendo io va bene. Toh, piglia mediano, fanne buon uso. La palla si perde nella massa di uomini, parte una maul, loro la ripigliano e calciano dall'altra parte. No, lì non ci arrivo. Va bene, touche per noi. Si affonda nel fango, ma è bello sentirsi l'acqua che sgocciola dalle sopracciglia, che ti bagna le labbra. Facciamo un buco sulla 3/4, è meta! No, dice l'arbitro, è uscito con i piedi. Bobo. Bravo, va bene uguale. Loro cominciano a sfondare però. Non li teniamo. Attaccano in troppi sulla tre quarti. Ci sarà da soffrire. Vanno subito avanti di una meta. Ci hanno portato dentro di peso. La linea di meta nemmeno si vede. Si sente soltanto, che è vicina. Un altro buco, questo lo placco io. Ce l'ho ce l'ho. Mi scivola via, dalle mani. Fitta al braccio sinistro. Perché non l'ho preso? Altra meta. Il primo tempo è così. Chiama l'ala chiusa a raddoppiare, stai profondo, no, sali ora. Confusione. Dove la giocano? Hanno l'estremo a sinistra, bene, lo seguo. L'estremo fa il buco, stavolta lo tiro via dal campo. Eccoti, vieni ancora un po', preso! Almeno un placcaggio come si deve. La loro mischia ci porta via. Le loro terze bucano. Altre mete. Arriva un tre quarti, lo placcano e io gli prendo il pallone. Guardo l'arbitro facendogli il segno che la teneva. L'arbitro fischia la meta. Cazzo, la linea. Confusione. Finisce il primo tempo. Troppo presto, inaspettato. Riunione in panchina, sento male alla gamba, non ho forza nelle braccia. Non ho forza nella testa. La pioggia è un sollievo. Si rientra in campo, il secondo tempo andrà meglio. La pioggia aumenta, il fango pure. La partita si fa confusa, ma noi ci mettiamo il cuore. Non riesco quasi più a camminare, ma devo stare in campo. I cambi, tre, sono finiti. Loro hanno gente fresca. Si riconoscono ché spiccano rossi nel campo, in mezzo ad un mucchio di corpi marroni. Arriva un calcio loro. Questa è mia non la toccate. La ricalcio via, mi becco un placcaggio senza palla ed in fuori gioco loro. Nemmeno lo sento. Sento solo la gamba che stride come un cardine arrugginito. La nostra mischia ora è più pesante. Li spingiamo via. Una maul. Spingere! Spingere! siamo dentro l'area di meta, giù! giù! Ci rispingono fuori, no! Giriamo la maul ed entriamo. Meta! 1 a 0 per noi, e ora si combatte. Il pallone è sporchissimo. Sasha lo gioca al limite dell'umano, gran partita. Stavolta avanzano loro, di nuovo con gli avanti, ci difendiamo con quello che ci rimane. Segnano ugualmente, bravi pescidiavoli. Il morale sale, stiamo dando tutto. La palla esce in touche sulla sinistra. Calcio d'angolo! si sente. Rispondo: per chi? Arbitro quanto manca? due minuti e tutti in doccia. Finisce la partita. E' un piacere abbracciare gli avversari, marroni di fango siamo tutti uguali.
La bellezza della sconfitta
Written by Eone
Dopo la prestazione in Irlanda dei nostri ragazzi voglio cercare di farvi scoprire tutte le bellezze di questo magnifico gioco, il rugby, tramite un articolo di Alessandro Baricco, apparso su La Repubblica tempo fa, appunto "La bellezza della sconfitta" .Spero vi possa piacere,buona lettura.   Dentro la pancia del teatro Flaminio, Italia-Inghilterra di rugby, dieci minuti al fischio d'inizio. il tunnel che dagli spogliatoi porta al campo è breve. una decina di metri e poi due scale di ferro che ti portano in superficie, dove tutto è erba, pali strani e tifosi ululanti al gusto di birra. senti qualche porta sbattere e poi li vedi arrivare. Ventidue in maglia bianca, ventidue in maglia azzurra. Non ce n'è uno che ride, che parla, niente. sguardi fissi davanti e facce che sembrano ordigni con la miccia corta. accesa. lentiggini e occhi chiari montati su fisici impressionanti, frigoriferi di forma umana, orecchie smangiate, mani ridisegnate da ortopedici pazzi. Su una maglia azzurra scivola via, clandestino, un segno di croce. quintalate di forza e velocità salgono di corsa le scale e i tacchetti sul ferro regalano un bellissimo rumore di grandinata improvvisa, subito ingoiato dall'ululato dello stadio che li vede sbucare. Baila, baila, oggi suonano il rugby.   Musica geometrica e violenta. gli italiani la suonano a orecchio, gli inglesi ci ballano su da generazioni. è una musica che ha una sua logica quasi primitiva: guadagnare terreno, guerra pura. far indietreggiare il nemico fino a schiacciarlo contro il muro che ha alle spalle. quando gli rubi anche l'ultimo metro, di terra è meta. un goal o un canestro da tre, al confronto, sono acqua tiepida, un giochetto di bravura per abbonati alla manicure. una meta è campo cancellato, è scomparsa totale dell'avversario, è alluvione che azzera. ci puoi arrivare per due strade: o la forza o la velocità. gli italiani scelgono la prima, cercando il muro contro muro, dove il cuore moltiplica i chili per due e il coraggio trova strade impensabili tra tibie, tacchetti, colli e culi.   Gli inglesi per un po' ci stanno, si trovano sotto sette a sei. allora fanno mente locale, si ricordano di quanto è largo il campo e iniziano a ballare. si aprono a ventaglio, piazzano un paio di frustate sulle ali, fanno girare il pallone come una saponetta tra mani di ghiaccio. lo score del primo tempo dice ventitre a sette per loro. dice che la musica è la stessa per tutti, solo che noi suoniamo, loro ballano. Nell'intervallo gli azzurri non scendono negli spogliatoi. rimangono in mezzo al campo, a guardarsi negli occhi. calcisticamente parlando, sono sotto di due goal. rugbysticamente parlando, non gliene frega niente. "Dai Italia, che ce la facciamo" grida uno con un accento veneto da far paura. capisci che loro, negli occhi, hanno solo la meta con cui hanno azzerato gli inglesi al settimo minuto, tutto il resto è inutile decorazione. Cos'è il rugby te lo trovi riassunto quando Alessandro Troncon, lì, in mezzo al campo, appoggia un ginocchio per terra, e gli altri si stringono intorno a lui, e d'improvviso c'è solo più silenzio. Troncon ha il numero nove sulla schiena, ma non ha niente a che vedere col centravanti fighetta che aspetta in area e poi raccoglie gloria con stilettate da biliardista. Troncon è il capitano, che nel rugby non è una fascia bianca al braccio del più pagato: lì capitano è il cuore e i marroni della squadra, uno che quando pensi mi arrendo lo guardi e ti senti un verme. Troncon è quello che appoggia un ginocchio sull'erba, e poi si mette a urlare uno strano rap battendosi la mano sul petto, e il rap dice "qui dentro ci deve essere solo la voglia di andare DI LA', placcare DI LA', solo questo, correre DI LA', spingerli DI LA', schiacciarli DI LA', vaccalamiseria". di là è il campo inglese, of course.   Ci passeranno 25 minuti su 40, nel secondo tempo, gli italiani, di là. ma alle volte non basta. gli inglesi prendono martellate e restituiscono veroniche, e il campo sembra in salita, noi scaliamo, loro scivolano. su tutta questa geometrica esplosione di elegante battaglia, domina l'assurdità di quel pallone ovale, geniale trovata che sdrammatizza con i suoi rimbalzi picassiani tutta la faccenda, scherzando un po' tutti, e riportando il generale clima vagamente militare ai toni di un gioco e nient'altro. gli ultimi secondi ce li giochiamo a un soffio dalla linea di meta inglese, buttando dentro tutti i muscoli rimasti e folate di appannata fantasia. Non ci sono altri sport così. voglio dire, sport in cui a trenta secondi dalla fine trovi gente disposta a buttarsi di testa in una rissa per perdere 17 a 59 invece che 12 a 59. forse il pugilato. ma un pazzo lo si trova sempre: quindici è più difficile. i nostri quindici escono dal campo con gli inglesi che li applaudono, e sono soddisfazioni. a seguire, il terzo tempo: di solito una bella sbornia al pub, tutti insieme, vincitori e sconfitti. Ma qui è il Sei Nazioni, una cosa solenne. quindi cena in smoking. Ammesso che esistano smoking di quelle taglie.


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